La vicenda edificatoria del San Biagio, collocata a ridosso di via Roio nei pressi della Cattedrale e affiancata sul lato orientale dalla chiesa di san Giuseppe dei Minimi, è intimamente legata alla fondazione della città e all’intensa attività ricostruttiva che nel corso dei secoli interessò l’urbe segnatamente provata dai rovinosi terremoti.
Segno forte della sua storia e, senza dubbio, momento buio della sua identità, fu il degradante stato di abbandono cui l’edificio venne a trovarsi negli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale allorché, utilizzato come dormitorio per soldati, si inaugurò un progressivo disfacimento della funzionalità chiesastica, culminante nella prima metà del XX secolo con l’utilizzo della sala per mercati e mostre, senza peraltro alcun riguardo alla…
La vicenda edificatoria del San Biagio, collocata a ridosso di via Roio nei pressi della Cattedrale e affiancata sul lato orientale dalla chiesa di san Giuseppe dei Minimi, è intimamente legata alla fondazione della città e all’intensa attività ricostruttiva che nel corso dei secoli interessò l’urbe segnatamente provata dai rovinosi terremoti.
Segno forte della sua storia e, senza dubbio, momento buio della sua identità, fu il degradante stato di abbandono cui l’edificio venne a trovarsi negli anni immediatamente successivi al primo conflitto mondiale allorché, utilizzato come dormitorio per soldati, si inaugurò un progressivo disfacimento della funzionalità chiesastica, culminante nella prima metà del XX secolo con l’utilizzo della sala per mercati e mostre, senza peraltro alcun riguardo alla necessaria manutenzione degli spazi.
La chiesa, prospiciente l’omonima piazza lungo la via Sassa, venne edificata su richiesta del clero amiternino, al quale fu concesso il privilegio di innalzare una fabbrica di siffatte dimensioni nell’immediato contesto del San Massimo quale riconoscimento per aver decretato d’assoggettarsi, pur mantenendo autonomia giurisdizionale, alla Diocesi Aquilana riconoscendo alla Forconese l’autorità episcopale della neo-costituita.
L’originario tempio scomparve a seguito della distruzione della città, opera di Manfredi, per risorgere, a partire dal 1266 all’interno del vasto programma di pianificazione urbanistica di firma angioina, occupando una posizione del tutto traslata verso Occidente rispetto all’attuale, come testimoniano resti di architettura chiesastica di indubbio sapore duecentesco nel corpo di fabbrica dell’adiacente palazzo, e ancor più visibili sulla parete a confine della navata di destra. L’impianto architettonico del San Biagio che oggi ammiriamo non può certamente considerarsi il frutto dell’intensa attività ricostruttiva, successiva al sisma del 1315, in cui la città si trovò impegnata nella traduzione materica del portato stilistico romano-gotico, lasciando comunque aperto un dibattito sull’effettivo orientamento della fabbrica trecentesca rispetto all’attuale che, con provata certezza, dové eseguirsi come ricostruzione post-sismica al 1703, allorché -con buone probabilità per lo più avvalorate nel riscontro degli originari privilegi- si avviò la ricostruzione ruotando l’asse longitudinale in corrispondenza del trasversale d’origine, o ancor prima tra il 1326 e il rovinoso terremoto del 1461 come testimonierebbero estratti notarili relativamente alla vendita di adiacenze chiesastiche al sito attuale. Quello che resta di tanto dibattito è la consapevolezza di non trovarci oggi di fronte alla maestosità volumetrica degna di un impianto architettonico del Trecento aquilano, certi di non riuscire con assoluta precisione a sottolineare l’emergenza che l’allora diocesi amiternina volle innalzare nella Civitas Aquilae, quanto piuttosto ammiriamo il risultato architettonico di una serie di interventi che hanno contribuito alla radicale trasformazione dell’edificio stesso.
Se il caso San Biagio nel XV secolo è degno di nota quasi esclusivamente per l’erezione del Monumento equestre a Lalle Camponeschi del 1432, opera scultoreo-architettonica di Gualtiero de Alemania, è nel Seicento che la chiesa partecipa di un significativo restyling degli apparati decorativi e della spazialità interna con la riorganizzazione del piedicroce in nave centrale affiancata da cappelle laterali, opera dell’aquilano Francesco Bedeschini.
Il 1703 segna il crollo totale dell’intero corpo di fabbrica, e con esso resta sepolto tutto quel fervore stilistico che in quegli anni andava maturandosi, tant’è che non si avranno tracce di una sostanziale ricostruzione se non sul finire del ’40, sebbene si poté parlare di progetto già nel primo decennio del secolo contestualmente al caso dell’adiacente San Giuseppe, eretto in luogo dell’originario Suffragio a seguito dello spostamento di quest’ultimo sulla Piazza del Duomo. L’incompiuta fronte, innalzata a delimitare sul lato meridionale l’invaso dell’antistante piazza, nella sua articolazione prospettica denuncia i caratteri volumetrici dell’interno che resta, ad ogni modo, estraneo alla conformazione di uno spazio tardo-settecentesco propriamente definito nei caratteri precipui del programma artistico dell’epoca, a svantaggio di una ri-edificazione ex novo quale poteva prefigurarsi potenzialmente la totale distruzione dell’assetto architettonico precedente. Il progetto predilesse uno spazio suddiviso in tre navate, senza transetto, concluse in rispettive absidi semipoligonali della cui volumetria non vi è traccia all’esterno se non di un filologico rimando affidato alle monofore sulla via Roio. L’impianto basilicale in cui resta iscritta la volumetria all’interno del corpo di fabbrica costituisce un episodio isolato negli anni in cui andava concretizzandosi in città l’adozione del sistema gesuitico, restituito nel contrappunto ritmico del dialettico gioco tra assi longitudinali e trasversali. Lo schema, evidentemente ripreso dalle grandi emergenze urbane, non ultime San Domenico e San Silvestro, non poté, soprattutto per l’assenza di un brano urbano di ampio respiro, spiccare il volo verso quella compiutezza stilistica che il corso degli eventi avrebbe potuto sostenere nelle intenzioni.
Gli interventi che qui si svolsero nel XIX e XX secolo non lasciano segni tangibili di un’attività restaurativa di pregio, quanto piuttosto contribuiscono a quel progressivo disfacimento cui si accennava in apertura.